Come mi vedo allo specchio… Immagine corporea e DCA

“Nel mondo contemporaneo le preoccupazioni estetiche per l’immagine del proprio corpo si concentrano molto sul peso e sul grasso. Molte persone grasse si vergognano dolorosamente di esserlo. Molte persone si sentono grasse senza esserlo” (Cuzzolaro “Anoressie e Bulimie” 2004)
Negli ultimi decenni si è diffusa la cultura lipofobica: aumenta sempre più il numero degli individui che si preoccupa di controllare il proprio peso per mezzo di diete e di esercizi fisici, più o meno nocivi. Allo sviluppo hanno contribuito vari fattori tra cui l’aumento oggettivo del rischio di obesita’ e l’incremento della forbice tra peso ideale proposto dai media e peso reale della popolazione, che nelle donne si esprime come “non sono abbastanza magra” e negli uomini “non sono abbastanza muscoloso”.
La caratteristica clinica fondamentale di questa lipofobia in cui la valutazione di sé è basata in modo esclusivo e predominante sul peso, le forme corporee, ed il controllo dell’alimentazione è considerata la psicopatologia centrale nei disturbi del comportamento alimentare sia nell’anoressia nervosa che nella bulimia nervosa.
I DCA prevalgono soprattutto nei paesi industrializzati dove la magrezza è un valore socialmente importante e desiderabile, in quanto magrezza, bellezza, efficienza e produttività vengono vissuti come una porta verso il successo. Le patologie correlate ai disturbi alimentari hanno un’incidenza superiore nella popolazione femminile( pur se risulta in aumento la quota maschile) in particolare ne sono colpite il 10/15 % delle ragazze di età compresa tra i 15 e i 35 anni.
Secondo i dati Istat del 2002 su una popolazione di 4600 giovani donne italiane tra i 12 e i 25 anni si stimano 138 casi di anoressia con due picchi di frequenza tra i 12 ed i 18 anni e 230 casi di bulimia con una maggiore frequenza tra i 17 e i 18 anni.
I DCA NAS arrivano fino al 6%; i disturbi da alimentazione incontrollata al 15 %, con rapporto di uno a dieci tra uomini e donne, indipendentemente dalla classe sociale, con l’aumento di casi precoci premenarca 7/12 anni e premenopausa 40/50 e cronicizzazioni in età avanzata 40/50 anni.
Numeri quindi rilevanti e da tenere come elemento che quantifica qualsiasi tentativo di costruire un frame interpretativo del fenomeno.

Il concetto di immagine del corpo fu introdotto negli anni trenta del Novecento, una trentina d’anni dopo quello di schema corporeo. Intorno al 1935, Paul Schilder, neuropsichiatra e psicanalista, lo definì come il quadro mentale che ci facciamo del nostro corpo e aggiunse che l’immagine del corpo non è semplicemente percezione, sebbene ci giunga attraverso i sensi, ma comporta schemi e rappresentazioni mentali, pur non essendo semplicemente una rappresentazione. Per Schilder l’immagine del corpo non è semplice percezione e neppure semplice rappresentazione. Non si identifica con i limiti anatomici del soma e con i suoi spostamenti nello spazio, che riguarda il concetto di schema corporeo, egli intendeva un’immagine vissuta, risultato dinamico di una continua attività interna sulla base dei rapporti con il mondo esterno. Insomma, di un corpo vissuto, investito da cariche affettive e da giudizi di valore.
L’immagine corporea è quindi la percezione mentale della forma, delle dimensioni, della taglia del proprio corpo e dei sentimenti che proviamo rispetto a tali caratteristiche: non è il corpo come esso è quanto piuttosto il modo in cui il corpo ci appare. E’ un immagine che va considerata come dinamica dipendente da fattori non solo biologici, connessi quindi ai mutamenti fisiologici del corpo ma soprattutto, psicologici e sociali. Nel nostro corpo infatti si innestano gli esiti dei processi di interazione sociale con gli altri, le forme di riconoscimento, accettazione, identificazione e proiezione: è nell’attenzione verso il corpo che rendiamo esplicito agli altri il nostro progetto identitario.
Le rappresentazioni sociali del corpo e i modelli di bellezza creati, in particolare, intorno al corpo femminile, influiscono sulla percezione influiscono sulla percezione dell’immagine corporea da parte degli individui, con esiti che possono rivelarsi problematici, soprattutto per coloro che si trovano in una particolare fase del ciclo vitale come l’adolescenza nella quale la progettualità del sé vive il momento più delicato.
Quando si passa da un rapporto problematico con l’immagine del proprio corpo a un disturbo dell’immagine di sé allora ci riferiamo al disforfismo corporeo.
Il disturbo di dimorfismo corporeo viene considerato un sintomo nucleare indispensabile alla diagnosi di Anoressia Nervosa e di Bulimia Nervosa.
La dismorfofobia non ha i caratteri formali della fobia ma piuttosto quelli dell’ossessione o di un’idea prevalente o di una convinzione prevalentemente delirante sempre centrata sull’aspetto del corpo.

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